C’è chi pensa che i grandi rossi del Sud siano sempre morbidi, caldi e un po’ “dolci” di frutto. Il vitigno Susumaniello rompe questo schema con una personalità più tesa, spesso più fresca, e con un colore che sembra inchiostro.
Negli ultimi anni è tornato in primo piano, dopo un periodo in cui restava dietro le quinte, usato soprattutto per rinforzare i tagli. Oggi, invece, sempre più bottiglie lo mettono al centro, in rosso e anche in rosato.
Se ami scoprire vitigni identitari, il Susumaniello è una tappa obbligata. E no, non serve essere sommelier per capirlo.
Da “uva da taglio” a protagonista: origine e identità del Susumaniello

Il Susumaniello è un vitigno a bacca nera legato soprattutto al Salento, quindi alla parte più “tacco” della Puglia. Per anni è rimasto un nome poco citato, non perché mancasse qualità, ma perché la sua funzione era pratica: portare colore, struttura e una spinta di acidità dentro assemblaggi locali.
Anche il nome racconta qualcosa. “Susumaniello” viene spesso collegato all’idea del “somarello”, un asino piccolo ma robusto. Il riferimento, secondo la tradizione, riguarda la grande produttività delle viti giovani, capaci di “caricare” molta uva. Poi, con l’età, la pianta tende a ridurre le rese. Ed è qui che molti produttori hanno trovato la chiave: meno grappoli, più concentrazione.
Il suo ritorno non è un colpo di fortuna. Da un lato, i consumatori cercano vini territoriali e riconoscibili. Dall’altro, il clima sempre più caldo spinge a valorizzare varietà che riescono a mantenere energia e slancio. In questo quadro, il vitigno Susumaniello ha un vantaggio naturale: può dare rossi intensi, ma non per forza pesanti.
Un buon Susumaniello non punta solo sulla potenza. Punta sull’equilibrio tra frutto scuro, speziatura e freschezza.
Oggi lo trovi spesso in etichetta come monovitigno, oppure in piccole percentuali per dare profondità. In entrambi i casi, lascia il segno.
In vigna: rese, maturazione e scelte che cambiano il vino

Nel calice, il Susumaniello può sembrare “semplice” da leggere. In realtà nasce da scelte precise, soprattutto in vigna. La prima riguarda la resa. Se la pianta è giovane e viene lasciata libera, può produrre molto. Il risultato, però, rischia di essere un vino più magro e meno profondo. Per questo molti vignaioli lavorano su potature attente e gestione dei grappoli, così da favorire concentrazione e maturità fenolica.
Anche il momento della vendemmia pesa parecchio. Se si raccoglie troppo tardi, aumenta la sensazione alcolica e il frutto diventa più “cotto”. Se si anticipa troppo, invece, i tannini possono risultare più asciutti. La via di mezzo è spesso la più interessante: frutto scuro nitido, acidità viva, tannino presente ma non aggressivo.
Poi c’è il tema del suolo e delle esposizioni. Nel Salento si passa da terreni più argillosi e rossi a zone con maggiore presenza calcarea. In pratica, cambia il ritmo del vino. Su suoli più caldi e profondi trovi spesso più volume. In contesti più freschi o ventilati, esce una linea più verticale, con note balsamiche più nette.
Infine, la gestione in cantina riflette lo stile desiderato. Alcuni produttori puntano su estrazioni misurate e contenitori neutri per far parlare il frutto. Altri cercano complessità con affinamenti più lunghi. Nessuna strada è “giusta” in assoluto; la differenza sta nella coerenza, e nella capacità di non coprire la firma del vitigno.
Nel bicchiere: profilo aromatico, stili e abbinamenti che funzionano davvero

Com’è, quindi, un Susumaniello ben fatto? Di solito parte da un colore rubino fitto, spesso quasi violaceo da giovane. Al naso trovi frutti scuri (mora, prugna), a volte un tocco floreale, poi spezie e richiami mediterranei. In bocca spiccano tannino e freschezza, con una chiusura pulita che invoglia un altro sorso.
Non esiste un solo Susumaniello. Gli stili più comuni sono due: il rosso di struttura, spesso con affinamento, e il rosato, che può essere sorprendente per sapidità e tensione. Il rosato, in particolare, mostra un lato più “marino” del Salento, meno ovvio di quanto molti si aspettino.
Per orientarti, ecco una piccola tabella comparativa (qualitativa) con altri rossi pugliesi noti:
| Vitigno | Frutto percepito | Acidità | Tannino | Sensazione tipica |
|---|---|---|---|---|
| Susumaniello | Scuro, spesso più “teso” | Medio-alta | Medio | Verticale, energico |
| Primitivo | Maturo, spesso dolce di polpa | Media | Medio | Ampio, caldo |
| Negroamaro | Scuro, con note erbacee-speziate | Media | Medio-alto | Asciutto, sapido |
La sintesi è semplice: il vitigno Susumaniello tende a stare tra intensità e freschezza, senza perdere carattere.
Sul cibo, funziona quando cerchi un rosso che “taglia” e non si siede. Alcuni abbinamenti affidabili sono carni alla griglia, polpette al sugo, ragù non troppo dolce, melanzane ripiene, formaggi semi-stagionati. Se lo trovi in versione più agile, anche una pizza con salsiccia e cipolla può diventare un bel gioco di rimandi.
Se il vino ti sembra troppo potente, prova a servirlo un po’ più fresco (senza esagerare). Spesso si apre e diventa più preciso.
In fase d’acquisto, guarda l’annata e lo stile del produttore. Se vuoi immediatezza, scegli versioni giovani e poco segnate dal legno. Se cerchi profondità, punta su etichette con affinamento più lungo e uve da vigne mature.
Conclusione
Il vitigno Susumaniello è un rosso salentino che unisce intensità e slancio, come una corda tesa che vibra a ogni sorso. Racconta la Puglia con una voce meno prevedibile, fatta di frutto scuro, spezie e freschezza. La prossima volta che scegli una bottiglia del Sud, prova a cercarlo e assaggialo con calma. Ti piace più il Susumaniello in rosso deciso o in rosato scattante?